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Psicologia della mobilità

01 / 04 / 2020 01-04


Cosa c'è dietro ai comportamenti di automobilisti, ciclisti e pedoni che popolano strade e autostrade? Quanto e come incide il fattore umano negli incidenti? Cosa si può fare per incrementare la sicurezza? Sono solo alcune delle domande su cui si concentra una specifica branca della psicologia: la psicologia del traffico. QuiAutovie ha chiesto al dottor Luca Libanora, psicologo del traffico, di approfondire questa nuova scienza, di capire quando viene utilizzata e quale aiuto può fornire alla sicurezza.

Quando nasce e di che cosa si occupa?

Si tratta di una disciplina molto giovane (nasce intorno agli anni '90) e non ancora molto conosciuta in Italia e infatti le ricerche sperimentali di questa branca provengono tutte dai paesi anglosassoni e dagli Stati Uniti, mentre nel nostro Paese sta ancora cercando di affermarsi.
Attualmente lo psicologo del traffico è chiamato a stabilire l'idoneità o meno di chi deve rimettersi alla guida dopo la sospensione della patente; può suggerire modifiche alla segnaletica stradale, sulla base di come l'utente la interpreta e la percepisce; interviene nel campo della formazione degli istruttori di guida e può rappresentare un valido supporto anche nello sviluppo di nuove tecnologie. Si pensi alla guida autonoma. Non è possibile affidare totalmente alla tecnologia la sicurezza il controllo all'automobile come dimostrano i risultati degli ultimi esperimenti effettuati durante i quali si sono verificati incidenti mortali. Il sistema, infatti, non è stato in grado di riconoscere un ostacolo la cui texture non si distanziava cromaticamente dallo sfondo (la sponda di un camion aveva la stessa colorazione del cielo e il veicolo lo ha tamponato poiché non si era attivata automaticamente la frenata). Per quanto riguarda la mia esperienza personale posso dire che con sempre maggior frequenza a noi si rivolgono persone che, dopo un incidente, hanno manifestato sintomi di Disturbo Post Traumatico da Stress, persone che hanno visto pregiudicata la loro esistenza, anche per le difficoltà quotidiane di guidare l'auto per recarsi al lavoro.

Che cosa studia?


La psicologia del traffico studia i processi cognitivi nella dimensione individuale e sociale con cui le persone formulano previsioni sugli eventi e le conseguenze delle proprie azioni. In altre parole, le nostre azioni dipendono dalle informazioni ambientali e se la raccolta di queste informazioni non è accurata, l'azione potrebbe non esserlo a sua volta. Le persone, sulla base di esperienze, si creano un'aspettativa e tendono a cogliere solo gli stimoli coerenti con tale aspettativa.
Un esempio può essere sorpassare un'auto mentre ne sta sopraggiungendo una in lontananza. Noi crediamo che la vettura in arrivo sia sufficientemente lontana da poter effettuare la manovra in sicurezza, ma invece la distanza non è sufficiente e quindi si verifica un incidente.

Quali sono le conseguenze di questi comportamenti?


Se le aspettative cui accennavo prima differiscono dalla realtà, non modifichiamo le aspettative, ma la realtà. Se non ci aspettiamo un oggetto nel campo visivo, nella rappresentazione della realtà questo oggetto non comparirà, anche se si tratta di un grosso camion. Se ogni mattina una persona fa la stessa strada e dietro l'angolo non passano mai camion, non si aspetta di vederne sbucare uno, per cui non modifica il suo comportamento (rallentando, ad esempio).
Nel caso in cui le azioni vengono ripetute si automatizzano. Riprendendo l'esempio del camion, è possibile che se il mezzo compare nel campo percettivo, questo avvenga con ritardo senza quindi darci il tempo di valutare una nuova azione e agire di conseguenza. Abbiamo sempre una percezione della realtà più "vecchia" di qualche frazione di secondo, ma durante questo spazio di tempo, seppur minimo, il veicolo percorre dei metri.

Quali sono i comportamenti e gli atteggiamenti sbagliati più comuni al volante?

Posso fare alcuni esempi. Passare con il rosso quando è scattato da poco o se la vettura ha superato di una certa misura il limite dello stop. Non rispettare i limiti di velocità se la strada non è molto trafficata. Il presunto diritto di precedenza alle rotatorie influenzato dalle nostre percezioni, come la dimensione del mezzo (probabilmente sulla base del maggiore danno che riceverebbe in caso di incidente) e ancora, quando guidiamo e superiamo una mamma con un bambino che camminano lato strada: ci viene naturale mantenere una distanza maggiore per tutelarli, distanza che invece non manteniamo quando superiamo un ciclista. Perché? Uno dei motivi è che non lo consideriamo un soggetto debole.
I nostri comportamenti sono infatti guidati dalle nostre percezioni. La convinzione che abbiamo di essere in condizioni di sicurezza, per come percepiamo noi la realtà, aumenta paradossalmente le condizioni di insicurezza e questo viene chiamato "effetto paradosso". Bisogna quindi adottare comportamenti basati su un livello di rischio superiore rispetto a quello percepito.

Come fare per aumentare la percezione del rischio?


Cominciamo con il dire che la percezione del rischio dipende da molti fattori come ad esempio le informazioni disponibili dall'ambiente e quelle fornite dalle nostre aspettative. Risente inoltre di variabili personali (propensione al rischio), dalle esperienze (chi ha subito un incidente tende ovviamente ad essere più prudente almeno nello stesso contesto). L'obiettivo è quello di superare i meccanismi automatici che portano a percepire l'ambiente e i pericoli presenti in maniera distorta. Ci sono varie tecniche per aumentare la percezione del rischio. Si possono mostrare scene di incidenti, un metodo che però si rivela inefficace poiché legato all'attivazione emotiva che tende poi a diminuire. Se assistiamo infatti a un incidente, per un certo periodo guidiamo lentamente, ma poi torniamo ai nostri automatismi. Una metodologia pratica è la razionalizzazione delle procedure, come la creazione di relazioni causa effetto maggiormente realistiche. Una di queste tecniche è quella del "near miss" (quasi incidente). L'obiettivo è quello di portare le persone ad agire secondo automatismi appresi ad un livello superiore di rischio rispetto a quello che le informazioni ambientali forniscono. Si tratta di un metodo adottato in campo sanitario e nella medicina del lavoro, ad esempio, ma sarebbe opportuno insegnarlo a tutti i guidatori, non solo ad alcune categorie professionali.


La causa principale di incidenti è la distrazione. C'è una fascia di età più distratta?


Non credo si possa parlare di categorie di distratti e di categorie che lo sono meno l'attenzione è una risorsa limitata, indipendentemente dall'età. Durante i nostri incontri formativi dimostriamo come pochi stimoli mettano in difficoltà la nostra attenzione o come se ci focalizziamo su uno stimolo, automaticamente ne escludiamo molti altri, nonostante la convinzione di avere il dominio sul campo percettivo. Concretamente, nell'ambito della formazione, forniamo dei semplici stimoli alle persone e una blanda distrazione: subito dopo riveliamo che hanno guardato un oggetto comparso nel campo visivo, ma non lo hanno affatto percepito perché la loro attenzione era focalizzata su un altro stimolo.
Nell'ambito reale accade esattamente la stessa cosa: un'automobile che si dirige verso di noi ci porta a focalizzarci su di lei, escludendo altri oggetti che entrano nel campo visivo.


Cosa si può fare per mantenere sempre alta l'attenzione?


Il tema della sicurezza stradale è di forte attualità ma l'impressione è che ognuno si muova in ordine sparso, cercando di proporre soluzioni che inevitabilmente limitano i gradi di libertà di un'altra categoria.
In altre parole, ciascuno addossa la responsabilità ad altri o al di fuori della propria categoria di utenti e pretende che gli altri modifichino i loro comportamenti, ma nessuno è disposto a modificare i propri. Porto un esempio concreto; con la Commissione Psicologica del Traffico di PDS Psicologi dello sport che si occupa prevalentemente della sicurezza dei ciclisti ha fatto un'indagine nei più diffusi social network chiedendo a categorie opposte di utenti (automobilisti e ciclisti) quali sono secondo loro gli strumenti più efficaci per risolvere il problema dell'infortunistica stradale.

Che cosa hanno risposto?

Gli automobilisti hanno chiesto ai ciclisti diverse cose, come utilizzare solo le ciclabili e di non pedalare uno a fianco all'altro, mentre i ciclisti hanno chiesto ai conducenti di ridurre la loro presenza lungo le strade e di viaggiare nei centri urbani a una velocità massima di 30 km/h. Insomma, ognuno chiedeva limitazioni per l'altro per ottenere più spazio per se stesso.

Che cosa suggerisce, quindi?

Bisogna agire sulle giovani leve nella fase di creazione degli stereotipi comportamentali automatici. Si tratta di un meccanismo automatizzato che agisce come una sorta di pilota automatico, minimizzando la richiesta di risorse attentive. Pensiamo a quando impariamo a guidare. Inizialmente facciamo molta fatica, perché dobbiamo pensare ad ogni passaggio e commettiamo molti errori. Una volta presa confidenza con l'azione, l'automatizziamo. Ci sentiamo sicuri e padroni della situazione, ma in realtà le risorse attentive sono minimizzate. Potremmo affermare che quando guidiamo la macchina per la maggior parte del tempo siamo più distratti che concentrati. L'obiettivo è quindi quello di modificare certi atteggiamenti (che sono processi automatici) che anticipano le valutazioni (condizionati a loro volta da aspettative ambientali e sociali) e di conseguenza i comportamenti.

Torniamo alla sicurezza stradale. Che appello vuole lanciare?

La sicurezza va perseguita attraverso una strategia condivisa da più realtà, basata sulla prevenzione e l'educazione, non solo attraverso norme e sanzioni. Agire sulle nuove generazioni è fondamentale perché sono loro che determineranno nel prossimo futuro il livello di pericolo, scegliendo i comportamenti più opportuni.
Credo che lo strumento più efficace sia istituzionalizzare la formazione alla sicurezza nelle varie sedi, aziende e scuole. Bisogna fornire ai guidatori gli strumenti per agire in sicurezza, conoscendo i pericoli dell'ambiente.

Riferimenti utili:
https://www.studi-associati.info/
https://www.facebook.com/formazionestudi.associati/
https://www.facebook.com/Psicologia-del-Traffico-PDS-Psicologi-dello-Sport-108091914084909/?modal=admin_todo_tour